LA STORIA DEL COLTELLO SARDO

LA STORIA DEL COLTELLO SARDO

 

Fin dai tempi più antichi, il coltello in Sardegna è stato un umile servitore nelle mani del pastore.

Adoperato per vari fini, si è ricavato un posto molto importante nella storia e nella cultura della nostra isola.

Riassumervi il suo percorso storico in due righe è impossibile, noi ci limiteremo a farvi capire il perché della sua notorietà e importanza.

I primi cenni storici parlano del  238 a.c., quando i Romani ma si pensa ancor prima i Fenici e i Cartaginesi si impadronirono dell’isola, attratti dalle sue enormi potenzialità in campo minerario metallifero.

Le vicissitudini dell’isola da quel periodo in poi furono molteplici col susseguirsi di lunghe colonizzazioni, dai Pisani alle dominazioni Aragonesi, con lo scopo unico di sfruttare quella ricchezza che, all’incirca da in decennio non copre più un piano di rilievo ma che, per secoli è stata l’economia portante del nostro territorio.

Le zone di massima estrazione erano le miniere del Sulcis - Iglesiente che per qualità e quantità non temevano competitori con il resto dell’Europa.

La popolazione dedita da sempre all’agricoltura e alla primaria e importante attività pastorizia, si trovò di fronte alla possibilità di professionalizzarsi in un altro settore, quello metallurgico.

Il popolo Sardo, forte delle conoscenze artigianali - manifatturiere apprese dalle vari colonizzazioni e delle vari tecniche dell’arrangiarsi che lo rapportavano al quotidiano, colse l’occasione e sfrutto questa grandezza mineraria.

L’abbondanza di argento, oro e di tanti altri metalli, permise di confezionare manufatti, che ancor oggi rivestono  un importanza e anno un valore conosciuto in tutto il mondo, tra i quali il coltello.

Il connubio tra pastorizia (attività primaria) e questo nuovo utensile, quale il coltello, fu immediato.

C’è chi disse che il coltello non era nient’altro che il prolungamento della mano del pastore.

Questo ci fa capire il perché della perfezione delle caratteristiche del  “coltello sardo”, che deve rispecchiare nella lunghezza, pesantezza, misura, tipologia della lama, conformazione del corno, le esigenze che andrà a servire.

Vi assicuro che ancor oggi vedere un pastore maneggiare il proprio coltello è un vero spettacolo.

Non considerato un semplice utensile, il coltello era ritenuto un compagno di vita di cui ci si poteva fidare ciecamente, una forma di virilità, un senso di sicurezza.

Con esso si potevano macellare le sue bestie, curarle, nutrirsi, difendersi, offendere e nelle lunghe giornate di solitudine con il proprio gregge, si prestava a strumento per intarsiare dei pezzi di legno insignificanti che nelle mani abili del pastore assumevano la forma di vere e proprie opere d’arte (tuttora si trovano delle lavorazioni sul legno, di rilevante importanza, eseguite con un semplice coltello).

La prima “leppa” (coltello) sarda non assomigliava a quella che conosciamo ma, era una sorta di spada che misurava 50/60 cm e veniva portata nella cintola (può ricordare il coltello arabo, che lo differenzia per la minor lunghezza e per quella sua curva così accentuata).

Sa “leppa” o “sa resorza”, veniva anche soprannominata “la spada del popolo”  perché all’occorrenza veniva usato per risolvere questioni personali che passavano attraverso il rito conosciuto come (sa stoccata), portando la lite ad un triste epilogo che finiva nel sangue.

Dei veri e propri regolamenti di conti che purtroppo, nell’entroterra, sono ancora radicati.

Basta pensare che con quel tipo di coltello si sono combattute diverse guerre per difendere l’isola dagli invasori e vi assicuro che i sardi con quell’arma ci sapevano fare molto bene!

Dopo l’entrata in vigore della legge che predispose  rigorosi limiti di dimensione alla lama, la leppa fu rivisitata nel suo aspetto ma conservandone le principali caratteristiche tradizionali.

Per l’appunto è stata consacrata la nuova “leppa” . Questo appena descritto non è l’unico tipo di coltello di cui la storia ci racconta.

Era la guerra del 15-18 quando i nostri soldati del Battaglione Brigata Sassari, memorabili a tanti per le sua gesta, sferrarono attacchi proprio con un coltello, ossia “la guspinesa”.

Coltello dalla punta mozza, sicuramente non offensivo ma evidentemente di sicura efficacia, visto che al grido –forza paris - i nostri fanti, gettando la baionetta a terra perché ritenuta scomoda, si scagliarono in una lotta corpo a corpo, facendo retrocedere le truppe avversarie , demoralizzate e impaurite da tanta enfasi e abilità nell’uso del coltello.

Negli anni il coltello sardo è diventato sempre più perfetto e funzionale per assolvere alle più svariate esigenze.

L’uso di acciai sempre più ricercati e le sua più attenta lavorazione fatto dalle mano di artigiani-artisti, fanno si che il coltello sardo possa varcare quella soglia tanto sperata, entrare nelle case del collezionista che se vuole ritenersi tale deve averne almeno uno nella sua bacheca.

Anna Rita Piras.

 

 

La chiesa della Madonna del Pilar

 

La chiesa della Madonna del Pilar è stata costruita durante

la Signoria Pisana del Conte Bonifacio dei Donoratico. In origine fu

dedicata a S. Ranieri, patrono di Pisa. E' di stile tardo romanico

gotico, come quella parrocchiale. A sinistradella facciata, su

una pietra con cornice di forma romboidale, di fianco allo stemma

dei Donoratico, raffigurato da un'aquila, vi è scritta la data di

costruzione e il nome del capomastro: " EXPLETUM EST

HOC OPUS PER MAGISTRUM ARZICCUM DE GARNAS A. D. MCCCVII"

che significa "QUESTA OPERA È STATA COSTRUITA DAL MAESTRO

ARZOCCO DE GARNAS NELL'ANNO DEL SIGNORE 1307". È uno de

più interessanti monumenti minori del '300. La facciata, con l'arco

gotico interno, è la sola parte conservatasi integralmente all'interno

edificio. Nella parte centrale e superiore è aperto un rosone ed è

sovrastata da un campanile a vela, unico, fra tutti i simili costruiti

in Sardegna che si sia conservato intatto, senza bisogno di restauri.

La Chiesa fu commissionata da un certo Ruggeri dei Donoratico,

discendente di Gherardo, primo Signore di Villamassargia. L'impresa

fu affidata ad un certo Arzocco de Garnas, toscano, in quegli

anni presente nell'isola, allievo di quel capo maestro Giovanni

Capula che, nello stesso anno 1307; portava a termine i

lavori della Torre dell'Elefante a Cagliari. Molto probabilmente

lo stesso Ruggeri intendeva portare a termine l'opera, ma solo suo

figlio Manfredi la portò a compimento. A fianco della Chiesa, nella

parte destra fu costruita la Casa Baronale che comunicava con

la Chiesa per mezzo di una porticina. Sulla parte sinistra, invece,

vi era l'opera di San Ranieri un ospedaletto che costituiva una

delle pochissime fondazioni sanitarie della Sardegna medioevale.

Ciò dimostra anche per quei tempi, l'alto grado di civiltà e di

progresso cui era arrivata la Repubblica di Pisa.

http://www.gruppofolkpilar.it/res/default/z_chiesa_pilar.jpg

 

S’Ortu Mannu – Monumento Naturale

A circa tre chilometri dall’abitato di Villamassargia, alle pendici del colle

su cui sorgeva il Castello di Gioiosa Guardia, si trova il grande oliveto

chiamato S’Ortu Mannu. L’oliveto, divenuto parco nel 2001, si estende

su una superficie di dodici ettari, ma secondo la memoria storica degli

anziani del paese la superficie coperta dagli olivi sino alla prima metà

del Novecento era di circa cinquecento ettari. L’attenzione del visitatore

è attratta dalla maestosità delle piante, il tronco dell’esemplare più

grande comunemente chiamato Sa Reina (la regina) ha un perimetro

di quasi sedici metri e quest’albero è ritenuto da alcuni l’olivo più

grande nel Mediterraneo.  Non è raro incontrare singoli olivi e

olivastri maestosi, ma per S’Ortu Mannu si può parlare di un intero

bosco. Le dimensioni enormi degli alberi, circa 600 olivi domestici

cioè alberi produttivi di olive da olio, inducono a chiedersi a quale

periodo possa risalire il loro impianto. È assodata la longevità di

quest’albero assai resistente, che con la sua eccezionale capacità

vegetativa ben si adatta ai terreni asciutti. A Gerusalemme nell’orto

del Getsemani vi sarebbero una decina di olivi risalenti al I secolo.

Nel comune di Magliano in provincia di Grosseto si trova un albero noto

come “Olivo della strega”, il cui tronco misura più di dieci metri

di circonferenza; secondo studi agrari sarebbe una pianta più che

millenaria. Mettendo a confronto le dimensioni di alcuni esemplari

di S’Ortu Mannu, con quelle dell’Olivo della strega, si può ipotizzare

per questi un’età almeno analoga. L’oliveto ha quindi un grande valore

naturalistico e sino alla costituzione del parco presentava una situazione

interessante infatti, la proprietà delle singole piante poteva non

coincidere con quella del terreno su cui le stesse si trovavano.

Tale situazione trovava conferma nell’articolo 28 del regolamento

di polizia urbana del comune di Villamassargia del 1932. Secondo

quanto Tramandato dagli anziani del paese, il proprietario dell’albero come tale

ne poteva godere e disporre per alienazione anche mortis causa.

Vantava poi una serie di diritti nei confronti del proprietario del suolo:

poteva entrare sul fondo altrui poiché a vantaggio dell’albero era

costituita una servitù di passaggio sul suolo nel quale si elevava;

poteva cogliere i frutti, compiere le operazioni di potatura e innestare

gli oleastri o i polloni che spuntassero dal tronco. Inoltre, Per non

gravare troppo sul diritto del proprietario del suolo le operazioni di

potatura si compivano contemporaneamente alla raccolta dei frutti.

Il regolamento precisa che quasi la totalità della popolazione era

proprietaria di piante, da ciò sembra emergere una valenza

“comunitaria” del posto ove ciascuna famiglia possedeva una o più

piante.

A cura di G.N. Dessì

Joomla templates by a4joomla